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La dimensione umana della malattia


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SI PUO' FARE

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1 SI PUO' FARE il Ven Mar 27, 2009 10:52 am



"Si può fare": un film intelligente e divertente allo stesso tempo.
Un film che è riuscito a trasmettere emozioni, a colpire allo stomaco non tanto per i temi trattati quanto per il modo in cui essi vengono proposti.
Mi piacer ripartire un po’ dalla trama e ripercorrerne i tratti:
un sindacalista "problematico" , Nello, viene messo a capo di una cooperativa di disabili mentali e decide di farli lavorare per davvero, abbandonando le attività da elemosina per restituire alle persone malate la loro dignità attraverso il lavoro. La scelta dell'attività ricade sulla lavorazione del legno, settore pavimenti.
Per un banale incidente lavorativo, in assenza di Nello, i ragazzi prendono l'iniziativa di concludere il lavoro utilizzando gli scarti al posto del legno mancante, componendo un mosaico sul pavimento.
L'operazione riscuote un insperato successo e la cooperativa comincia finalmente ad essere presa sul serio. "Facciamo tutto con gli scarti, siamo una cooperativa di scarti", dice con orgoglio uno dei disabili.
Quando Nello trova un giovane dottore (Beppe Battiston) che si offre di prendere in cura il gruppo, proponendo una terapia che limiti l'uso dei sedativi, si illude di poter finalmente regalare ai disabili una vita fatta di indipendenza economica, di amore, di normalità e allo stesso tempo, finalmente, dimostrare al mondo il valore delle proprie convinzioni attraverso la riuscita di questo progetto in cui nessuno credeva.
Siamo forse abituati da una certa cinematografia ad aspettarci il "fabula docet" in un film di questo genere e presto, durante la visione, si è portati a credere che il film parli delle capacità dei cosiddetti pazzi, della possibilità della loro integrazione e del rifiuto della società e della medicina di provare strade alternative alla sedazione.
Medico bigotto contro medico innovatore, lavoro socialmente utile contro lavoro fine a se stesso, pazzo geniale, pazzo artista, pazzo innamorato, i buoni e i cattivi; sarebbe lecito pensare che sia tutto già visto.
Un film americano di questo genere può avere solo due finali: quello in cui tutto va bene, i matti si integrano e conducono un'esistenza normali, riscattati socialmente (modello "I Am Sam"). E quello in cui, nel momento migliore, accade l'imprevisto tragico impedisce un lieto fine, e si torna alla situazione di partenza (modello "Risvegli" o anche "Rain Man").
In questo caso finalmente si va oltre lo stereotipo e l'ultima parte del film ribalta la prospettiva e i ruoli,i personaggi diventano persone nel momento in cui le ideologie che li dividono si infrangono, tutte allo stesso modo, contro la realtà. Né la tragedia né l'integrazione sono il compimento del film, pur essendone parte. La linea di demarcazione tra malattia mentale e sanità purtroppo resta alla fine drammaticamente tracciata, nonostante il furbetto "tag" del film che "nessuno è normale visto da vicino", ma, come dice Nello/Bisio dopo il primo lavoro fallimentare della cooperativa: "Abbiamo sbagliato perchè abbiamo fatto", ed è meglio che non tentare per niente.

INTERVISTA

Bisio, come si è approcciato al suo personaggio?
Claudio Bisio: Già apprezzavo il lavoro di Giulio, ma quando ho letto la sceneggiatura sono rimasto davvero appassionato dalla vicenda. Quando soprattutto ho letto le righe finali, il riferimento al fatto che si tratta di una storia ispirata alla realtà, mi sono venute quasi le lacrime. Mi sono così avvicinato al personaggio in maniera del tutto emozionale, credendo nel progetto.

La nascita del film...
Fabio Bonifacci: Era una storia che avevo in mente da tempo, e per anni ne parlavo in osteria e vedevo che effetto facesse. L'ho raccontata così tante volte che una notte mi sono sentito finalmente pronto e in poche ore ho scritto venti pagine di soggetto. Da allora, era il 2002, ad oggi, sono successe parecchie cose...
Giulio Manfredonia: Sì, erano quattro anni che c'era in ballo questo progetto. Dalla sceneggiatura siamo dovuti passare alla realtà, al rendere tridimensionali personaggi che sono pieni di movimenti, tic e dettagli che la carta più di tanto non può esprimere. Abbiamo fatto sopralluoghi, siamo tornati sui posti in cui un tempo sorgevano i manicomi, abbiamo interrogato persone e studiato. Se c'è un equilibrio in tutto ciò che viene narrato, ciò nasce dal rispetto che abbiamo avuto per ciò di cui parlavamo.

La scelta del cast...
Giulio Manfredonia: Abbiamo fatto una sorta di preparazione al provino con più di trenta attori e ci siamo messi a lavorare sul mondo della malattia mentale. Si poteva scegliere solo alcuni di loro, ma tutti meritavano quasi ugualmente. Su Claudio, penso che fosse la scelta migliore visto che ha molte caratteristiche simili al personaggio: è un motivatore ed è un talent-scout.

La legge Basaglia...
Claudio Bisio:E' un punto di civiltà ormai condiviso, un punto di non ritorno fondamentale.

Sul sindacato...
Claudio Bisio: Ha i suoi difetti, ma come tutte le organizzazioni. E' un emblema delle democrazia, una forma di tutela per i lavoratori che solo così possono mettersi a discutere con degli imprenditori che, giustamente dal loro punto di vista, cercano solo di massimizzare il proprio profitto.

Pensato ad utilizzare attori con reali problematiche mentali?
Giulio Manfredonia: No, per due ragioni. La prima è pratica: non è detto che il film sarebbe venuto bene. La seconda è ideologica: credo nei mestieri e nella professionalità. Abbiamo tanti attori bravissimi in Italia e penso che ognuno debba fare il proprio lavoro.

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