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La dimensione umana della malattia


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intervista al regista Eric Lartigau

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1 intervista al regista Eric Lartigau il Mer Nov 30, 2016 3:06 pm






Eric Lartigau, qual è il tema centrale del suo film?

Al contrario di quello che si può interpretare, il mio film non vuole parlare della condizione dei sordi, ma vuole esplorare la famiglia, che è il luogo dove nascono tutte le sensazioni primarie, le emozioni animali, e l’evoluzione dall’adolescenza all’età adulta, quel periodo in cui evolviamo, cresciamo e sviluppiamo una curiosità nei confronti della vita. Nel momento in cui mi è stata proposta la sceneggiatura de La famiglia Bélier, ero appunto alla fase iniziale di un progetto che desideravo scrivere da tempo, sulla famiglia.

Oltre gli apprezzamenti da parte del pubblico e della critica ha ricevuto qualche critica negativa, perché ?

Sono felice di aver ricevuto una maggioranza di critiche positive e il film è stato molto apprezzato dal pubblico francese. Abbiamo organizzato molte proiezioni in molte città all’interno delle sale cinematografiche attrezzate per i non udenti e tanti hanno amato e adorato il film. Devo dire che pochi hanno criticato negativamente, rammaricandosi per lo più del fatto che non ho scelto attori sordomuti per interpretare i ruoli di Rodolphe e Gigi. Ma a mio parere un film è un film, si tratta di finzione ed è fatto di volti, sensazioni e rapporti che si instaurano tra il personaggio, l’attore e il regista. Non chiamerei mai un poliziotto vero per interpretare il ruolo di un poliziotto a meno che questo non abbia proprio il volto e l’interpretazione che voglio.

Perché ha scelto di lavorare con Francois Damiens e Karin Viard? È stato difficile lavorare con loro e allo stesso tempo con Luca Gelberg, unico attore sordomuto?

Dal primo momento in cui ho letto la sceneggiatura ho pensato a Francois e Karin per il ruolo dei genitori. Era da tanto tempo che desideravo fare un film con questi due fantastici attori e il ruolo mi sembrava su misura per loro. È stato molto impegnativo per gli attori imparare la lingua dei segni, hanno impiegato circa 6 mesi lavorando 4 ore al giorno, un lavoro difficile ma che hanno affrontato con molta professionalità. Luca Gelberg invece è stata una vera rivelazione, io stesso non mi aspettavo che sarebbe stato così semplice, non era un attore ma durante le riprese mi ha confessato che coltivava questo sogno fin da piccolo e devo dire che era molto naturale davanti le telecamere. Mentre giravamo io parlavo più lentamente e lui leggeva perfettamente il labbiale. Era una specie di gioco tra noi due.

Molti dei film che affrontano l’argomento raccontano soprattutto il problema di avere questo handicap, in questo film invece, in una parte che fa un po’ sorridere, il problema è contrario, avere una figlia che sente e soprattutto, canta.. quando avete scelto di dare questo tipo di taglio, non avete pensato di “esagerare”? Secondo lei c’è veramente una sorta di “intolleranza” al contrario?

Si, credo corrisponda alla realtà, una terribile realtà ma la realtà. Conosco molte persone sorde e in loro c’è un grande risentimento per chi sente. Ed è molto destabilizzante per loro mettere al mondo un figlio udente.

Non è la prima volta che la cinematografia francese tocca un tema così delicato e ne fa una commedia, crede che il pubblico sia pronto a fare ironia su situazioni considerate “delicate” come queste?

Credo che si possa ridere anche di questi argomenti, perché ognuno di noi è diverso e questo film parla di differenze. A mio parere l’handicap non va subito ma si può vivere normalmente, la differenza va considerata come una forza e non come una cosa negativa da subire. Ho incontrato molti sordi e ho ammirato il coraggio enorme di cui si dotano per affrontare il nostro mondo. Soprattutto prima, quando le comunicazioni erano più complicate e risultava difficile farsi capire. Oggi con l’avvento di internet si può dire che c’è meno difficoltà e si può vivere una vita più “normale”.
In questo film mi interessava raccontare il punto di vista di questa ragazza nella singolarità di questa famiglia di sordi e come lei costituisca un ponte con quelli che ci sentono. Ma paradossalmente il suo dono, il canto, è una specie di tradimento nei confronti dei genitori che non ne hanno accesso. L'adolescenza è ricca, contraddittoria per questo interessa i registi. Spesso l'umore degli adolescenti tocca gli eccessi, reagiscono in modo esagerato nel bene e nel male. I sentimenti sono forti e il corpo non è ancora formato completamente. La grande scoperta del proprio corpo e il passaggio verso il mondo adulto è un percorso violento e interessante. Accompagnare questa ragazza nel superamento delle sue paure e nel trovare se stessa mi piace e credo abbia parlato agli spettatori".

Che cosa l’ha interessata a titolo personale di questo racconto?

Innanzitutto il tema della partenza, della separazione vissuta come una lacerazione. È possibile lasciarsi con dolcezza? È possibile amarsi profondamente senza vivere in simbiosi? Come lasciare a ciascuno il suo spazio di libertà? Che ne è del nostro sguardo sull'altro quando cresce ed evolve? E il fatto di amarsi molto non vuol dire necessariamente che ci si ama bene. In una famiglia, che cosa aiuta a costruire, che cosa serve per andare avanti, che cosa ci fa soffocare? Dove posizionare il cursore in queste scelte? Anche il tema della paura, quella che ti impedisce di agire, quella che ti blocca... La fine dell'adolescenza è un momento cardine della vita. Guardare da lontano il mondo degli adulti nel quale si sta per essere catapultati senza rete può generare terrore. Persino il corpo non è ancora completamente formato. È un'età vibrante e vacillante che mi tocca molto. Raccontare i primi passi incerti di questa giovane ragazza il cui orizzonte si spalanca bruscamente mi ha appassionato. Il percorso di Paula, prima che trovi la sua strada e si assuma la responsabilità del destino che le si profila davanti, appartiene a ciascuno di noi. E sarà anche quello dei miei figli e dei miei nipoti. E poi trovare il proprio posto. Divenire se stessi. Bisogna per forza tradire un po' i propri genitori, uccidere il padre, come si suole dire? Del resto, è bello uccidere un padre quando questi, all'improvviso, si rende conto che quest'atto di violenza di fatto altro non è che una rinascita. In quanto genitori, cerchiamo di accompagnare al meglio queste creature così «fragili».

Il film si diverte a capovolgere il concetto di diversità: per la famiglia Belier la normalità è essere sordi..

Quello che mi divertiva in questa storia era spingere gli spettatori a chiedersi dove si possa situare la normalità. Sappiamo bene che è lo sguardo degli altri a determinare quello che è normale e quello che non lo è: abbiamo una grande capacità di imprigionarsi in un castello di idee preconcette e una certa propensione ad avventurarci su strade sbagliate. Lavorando a questo progetto, mi sono reso conto che i sordi non hanno lo stesso concetto del rapporto con gli altri degli udenti: sono estremamente diretti e se una cosa non gli sta bene non si fanno scrupoli girandoci attorno, ma al contratto vanno dritti al punto e, a volte, questo loro cogliere l'essenza può apparire volgare. Coloro che escludono al pari di coloro che sono esclusi hanno bisogno di affermare la loro appartenenza. L'istinto gregario riguarda ciascuno di noi, è un difetto che condividiamo tutti

Il contesto agricolo era importante in questa storia?

I sordi sono persone risolutamente tenaci, dotate di un'autentica determinazione: cercano sempre di cogliere gli aspetti essenziali delle cose. Per questo mi è piaciuta l'idea di collocare la famiglia Bélier nell'asprezza del contesto agricolo e mostrare la sua grande capacità di affrontare ogni situazione. Gli agricoltori operano nella catena alimentare che ci fornisce il nutrimento. Devono compiere scelte determinanti per i loro nuclei famigliari. Mi piaceva questo rapporto con la concretezza.

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