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La dimensione umana della malattia


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qualche considerazione (2)

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1 qualche considerazione (2) il Mer Nov 23, 2016 10:58 pm

Sono molto interessato all'imperfezione del mondo e della natura umana”: lo dice lui, Paolo Virzì.

Si potrebbe azzardare una lettura in chiave femminista del film, perché una cosa che accomuna le due protagoniste è proprio l’essersi rovinate la vita a causa di uomini che le hanno sfruttate e abbandonate. Non solo i rispettivi amanti, ma anche il padre stesso di Donatella, che l’ha abbandonata da piccola e che lei continua a idealizzare e a cercare.
Ma sarebbe una lettura riduttiva e semplicistica. Il profondo malessere di entrambe ha radici molto più lontane e profonde: nell’infanzia, nelle storie di solitudine e abbandono (soprattutto di Donatella), ma ha anche una componente genetica, chiaramente espressa dalla battuta “sono nata triste”.

Raramente, tra i film italiani degli ultimi anni, avevamo assistito ad una sensibilità simile nei confronti dell'universo femminile, qui con maestria dipinto da un regista uomo.

Questo splendido film ci fa vedere che si diventa matti per amore. Da una parte l'amore nei confronti di un padre assente nonché idealizzato e di un figlio portato via, dall'altra l'amore nei confronti di un uomo, di un delinquente che continua a rovinarti l'esistenza anche se lontano, logorandoti da dentro.

Il merito di Paolo Virzì è quello di mostrarci in maniera maestrale, con una dolcezza tutta femminile, come si possa sorridere anche raccontando il dolore.

Sedute abbracciate sul muretto, è forse il momento più toccante, poetico ed emotivamente più vero del film: verso la fine della loro fuga verso “la pazza gioia” le due donne, reduci ferite, ciascuna a modo proprio, di errori e di una vita difficile, smettono di giocare alle matte.
E’ l’inspiegabile tristezza infantile, i ‘pianti in ascensore’, a scuola, una madre che non ti guarda, al fondo, alla radice di quello che poi diventerà, a seconda dei casi, un comportamento autolesivo, o esplosivo, o deviante, a cui la psichiatria sarà costretta a dare un nome, il confine sempre angusto di una definizione, un farmaco che sedi o che attivi. La tristezza diventerà così depressione, e le due donne lo sanno bene, che il loro destino è ormai segnato in un percorso di cure, di definizioni, che la loro ingenua e folle fuga non è stata che una rocambolesca parentesi destinata a farle conoscere.

Da storie tanto diverse, provenienze tanto distanti, Beatrice e Donatella diventano l’una lo specchio dell’altra, l’amica scelta, prediletta, la compagna di avventura, l’alter-ego e la parte scissa del sé che, sola in un mondo indecifrabile, misteriosamente può capire. Una magica, spontanea empatia si innesca immediatamente: inizia così, a caso e del tutto senza un progetto, la loro maldestra fuga, la parte centrale, più bella del film.
Rincorrendo autobus, rubando dove possono, con dolorose e inutili incursioni nei loro passati (Beatrice nella casa coniugale e dalla madre, e Donatella tentando di rivedere entrambi i genitori), con patetici tentativi di ritrovare gli uomini che le hanno abbandonate, le due amiche non si fermano mai, corrono sudate ed ebbre di vita mescolando momenti di disperazione ad attimi di autentica gioia, la loro pazza gioia, e lo spettatore non può non seguirle identificato col loro affannato, ingenuo desiderio di risarcimento e libertà.

Beatrice e Donatella non possono che essere ritrovate, lo vogliono forse nel fondo di se stesse, che qualcuno si prenda cura, che finalmente le abbracci, facendo sfumare la loro fuga in un bizzarro e infantile tentativo di libertà rubata, privo di progettualità e pensiero, fatto di pura sensorialità e desiderio: le due bambine tristi con l’abito sgualcito della festa devono tornare indietro. Il ritorno in Comunità non è semplice ritorno fisico, ovviamente, ma comporta un’integrazione, un preciso percorso psichico dentro di loro: Donatella rivede il suo bambino, ma riesce a lasciarlo andare alla sua nuova vita, riesce a salutarlo e dunque a farne un lutto non persecutorio, e Beatrice dismette l’abito della nobildonna maniacale, per prendere infine contatto con la sua tristezza, la parte di sé tenuta a bada sotto quella masquerade che ci ha divertito per tutto il film.

La relazione terapeutica più bella e salvifica è quella che una protagonista instaura con l’altra protagonista. Alla fine, il vero ingrediente indispensabile per la cura è la relazione terapeutica.

A salvarle dal baratro, però, ed è il valore aggiunto del film, non sono stati né psichiatri né medicine né ricoveri coatti. A salvarle è stata la loro amicizia. Quel legame unico e prezioso, la loro folle corsa, la complicità, quell’empatia animalesca di chi sente subito cosa c’è nell’altro e che quell’altro – lui e solo lui – sarà il nostro compagno. La pazza gioia è in fondo un inno all’amicizia (“cosa farei se non avessi te”, si dicono) unica isola di possibile senso e contatto autentico in un mondo di rapporti fasulli e tradimenti, di abbandoni e inganni, unico rimedio che non ci umilierà, che non ci vuole perfetti e diversi, con le nostre fragilità, le nostre ferite e i nostri errori.

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