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La dimensione umana della malattia


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sul film L'Intrepido

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1 sul film L'Intrepido il Mer Nov 12, 2014 10:20 pm




Il regista ci presenta  una pagina di cronaca scottante che non coinvolge soltanto lavoratori extra-comunitari ma anche italiani (soprattutto in quest’ultimo periodo).
E non più giovani (Antonio Pane ha 47 anni).
Gente che prima disponeva di una vita sufficientemente agiata, un lavoro e una famiglia si trova improvvisamente costretta dalla crisi ad abbandonare i propri progetti, sogni e speranze affogando giorno dopo giorno nella disperazione più nera. In pratica, cessa di vivere pur vivendo
La disoccupazione destabilizza, umilia e intristisce, e questo film lo racconta bene, a volte lo rende più leggero mettendoci su l'ironia e una bella colonna jazz.
Il finale aperto apre alla speranza.
Sei d’accordo ???


Flavio

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2 altre considerazioni il Gio Nov 13, 2014 3:58 pm

Continuo con un altro intervento.
Ieri ho contato i “rimpiazzi” di Albanese: manovale in un cantiere edile, animatore per bambini all’interno di un grande magazzino, lavapiatti, attacchino di manifesti pubblicitari, tranviere, pizza-express, lavorante in una sartoria, gonfia-palloncini, operaio in una stireria industriale, spazzino allo stadio, badante, catalogatore di libri in una biblioteca, uomo di fatica e spazzino al mercato del pesce, sfasciacarrozze, venditore di rose, commesso, e solo alla fine operaio in una miniera in Albania (17 mestieri). Ma prima aveva fatto anche il pulitore di casse da morto e il deratizzatore.

La sua bontà non gli impedisce tuttavia di turbarsi e di disgustarsi quando si accorge di aver accettato un rimpiazzo che consisteva nell’accompagnare un bambino all’incontro amoroso con un uomo (si presume un pedofilo).
Questo incidente “di lavoro” mette in allarme il suo senso etico ed allora decide di interrompere il rapporto di fiducia con il losco datore di lavoro che fa da Ufficio di collocamento.

Come è emerso dalla discussione ieri sera, il protagonista ogni giorno indossa, coraggioso, un sorriso mattutino che gli nasce da dentro, da certezze che solo lui ha.

E’ ingenuo a livelli patologici, portato ad aiutare gli altri senza chiedere nulla in cambio, magari mettendoci pure di tasca sua. Sa far tutto, ma senza tutele, diritti o pretese. Una specie di tappabuchi factotum, per incarichi di basso profilo.

E’ consapevole che quella che sta vivendo non è vita, per sopravvivere scava dentro di sé e tira fuori il meglio: farsi piacere tutti i lavori.
La sua filosofia è non lasciarsi andare, non abbattersi, avere insomma la scusa ogni mattina per alzarsi, radersi. Antonio ha una predisposizione positiva e quasi fiduciosa verso un futuro, forse, migliore.
Ha uno strumento di autogestione del proprio essere raramente riscontrabile.

Si lascia la sala con una sensazione di profonda tristezza ma con un messaggio positivo e incoraggiante a non arrendersi mai.


Il regista ci mostra un’Italia morsa dalla crisi, in cui mancano tante cose utili o necessarie: solidarietà, contiguità sociale, colori (anche interiori) e soprattutto lavoro, e ce ne sono tante di cui vorremmo fare a meno, come la scarsa qualità della vita, la solitudine, la mancanza di protezione, la deriva culturale, la difficoltà di relazionarsi e di realizzarsi.
Metafora trasparente, questa, di un Paese dominato da una cinica prepotenza economica e da una irresponsabilità sociale che si sono fatte ideologia.

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