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La dimensione umana della malattia


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Elling (23 aprile 2013)

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1 Elling (23 aprile 2013) il Mar Apr 23, 2013 8:06 pm

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2 un primo commento il Mar Apr 23, 2013 8:13 pm

Secondo me Elling affronta il tema del disagio, ma soprattutto dell’amicizia.

"Alcuni sciano da soli verso il polo Nord mentre io devo raccogliere tutto il mio coraggio solo per arrivare al gabinetto". Chi parla è Elling, poco prima di recarsi al bagno di un ristorante dove è andato assieme al suo amico Kjel Bjarne.
Il film vive sulla figura di Elling e racconta dei suoi sforzi e di quelli del suo amico Kjel nel cercare di reinserirsi in un contesto sociale "normale" dopo aver trascorso due anni in una clinica psichiatrica. La scena è quella di un appartamento di Oslo dove il servizio sanitario norvegese ha destinato i due ex degenti.
Il disagio di Elling nel vivere una vita normale, nel rapportarsi con la società civile, nel compiere i piccoli gesti della quotidianità come andar a fare la spesa o rispondere al telefono, è ben rappresentato.
“Sono sempre stato un cocco di mamma. Sempre noi due insieme, per quarant´anni. Nessuno veniva a trovarci".
Elling è la testimonianza che l'uomo è un'animale sociale e deve vivere tra e con le persone, a volte ci sono dei problemi ma per fortuna ci sono dei metodi per superarli, il film racconta una buona prassi europea di re-inserimento sociale basato sulla tecnica del "Dare potere sociale".
Non credo però che il film vada letto come un lavoro sul disagio psichico, sebbene da esso prenda spunto: a prescindere dai giudizi estetici che ciascuno può formulare, ritengo che Elling sia interpretabile più che altro come un percorso di formazione “umano”.
A mio parere il film tratteggia con garbo la linea di demarcazione tra la raffigurazione dei disturbi mentali e il prendersi gioco degli stessi.

Question



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3 altre considerazioni il Mer Apr 24, 2013 2:07 pm

Elling è un uomo di 40 anni, autodefinito “cocco di mamma”, ha vissuto perennemente in compagnia della madre, rimasta vedova nelle ultime due settimane di gravidanza, imbastendo con lei un rapporto quasi morboso, escludente qualsiasi altro contatto umano, motivo per il quale alla morte della donna, l’uomo si ritroverà completamente perso e assolutamente incapace di prendersi cura di sé stesso. Non aveva sviluppato un'autonomia personale, avendo vissuto solo con la madre.
L’altro amico, Kjell Bjarne, omaccione fissato col cibo e col sesso che non ha mai avuto modo di sperimentare, continua a dare capocciate sul muro ogni volta che si trova in difficoltà e cerca di dimenticare il suo terribile rapporto con la madre ubriaca.
Per Elling è quasi impossibile parlare ad un apparecchio inanimato come il telefono senza tra l’altro poter avere l’opportunità di guardare in faccia il suo interlocutore, cosa che tra l’altro ci fa riflettere sul fatto che forse è quella la vera pazzia.
In particolare mi ha colpito il rapporto che Elling instaura con il suo amico: il vederlo più coraggioso e disponibile a cercare contatti con altre persone e realtà, provoca in lui invidia e paura di sentirsi "sorpassato" nelle relazioni e di perdere la persona che (in sostituzione alla madre) gli consente di rimanere nel proprio guscio, ma non solo. Proprio questo, però, farà emergere la consapevolezza che per poter vivere meglio deve fare un salto di qualità.
Il “cocco di mamma” troverà nella poesia e nella forza comunicativa delle parole la sua ragione di vita, mentre l’omaccione si accorgerà di poter essere utile a qualcun altro con il suo lavoro e con il suo buon cuore.
Elling è la testimonianza che l'uomo è un'animale sociale e deve vivere tra e con le persone, a volte ci sono dei problemi ma per fortuna ci sono dei metodi per superarli.
Molti ritengono che il nord Europa sia la parte più civile del vecchio continente. Ed è ad Oslo che il regista racconta il tentato inserimento nella società di due personaggi a dir pochi bizzarri con problemi psichiatrici.
E’ legittimo chiedersi “come sia possibile stare così male in un paese in cui si sta così bene?”. Il tema non è di poco conto, in una delle nazioni più progredite al mondo che eppure non è estranea a fenomeni di “rigetto” contro la società come alcolismo, disagio psichiatrico, alto tasso di suicidi, razzismo e addirittura, come avvenuto lo scorso anno, terrorismo.
E la risposta sta probabilmente nell’eccessiva omologazione dei comportamenti. Come “sopravvivere” ad una società così “omologante” restando comunque se stessi? E ancora: come restare se stessi in una società così “omologante” senza finirne emarginati o diventare un’emergenza sociale? Sono questi i problemi affrontati da Elling e Kjell Bjarne.

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