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La dimensione umana della malattia


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LA FAMIGLIA SAVAGE

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1 LA FAMIGLIA SAVAGE il Gio Feb 12, 2009 10:18 pm



Salve a tutti.
In questo Forum potremo esprimerci liberamente e annotare
i nostri pensieri, osservazioni, riflessioni, dubbi, sul film
e sugli argomenti ad esso correlati.
Nessuno potrà censurare i diversi punti di vista.
Ogni commento sarà ben gradito.
Flavio Cattani




Ultima modifica di Admin il Mer Feb 18, 2009 12:16 pm, modificato 1 volta

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2 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Ven Feb 13, 2009 1:11 pm

Comincio io, per rompere il ghiaccio!
Naturalmente il film mi è piaciuto moltissimo!
Mi è parso propio un film sulla solitudine;
ma anche sulla carriera, sull’amore, sulla vecchiaia, sulla morte.
Tutti temi trattai con ironia e intelligenza.
Ma con una comicità amara, cinica.
Un film divertente, che mi ha trasmesso emozioni e imposto riflessioni.
Voi che ne dite?

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3 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Ven Feb 13, 2009 2:47 pm

Sì, decisamente la solitudine è il tema centrale.
Soprattutto di questi due figli, che riunendosi "forzatamente", non riescono comunque a comunicare, condividere, ma solo a sommare le loro solitudini!
La "malattia" del padre è quasi una cornice che fa da sfondo alla loro solitudine, un "pretesto" che li porta ad analizzare le loro problematiche interiori in un confronto quasi obbligato e doloroso... Crying or Very sad

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4 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Ven Feb 13, 2009 4:18 pm

Salve a tutti,
vorrei innanzitutto complimentarmi per questo ulteriore sviluppo dell'iniziativa. In effetti, mercoledi scorso sono uscita dal cinema contenta per la ricchezza dell'incontro proposto ma anche dispiaciuta per non essere riuscita ad intervenire, non tanto per il timore dell'esposizione in pubblico, quanto proprio per non aver avuto il tempo di organizzare le idee e portarle in parola...
Questo spazio mi sembra raccolga questa mia necessità... e ringrazio il dr. Cattani per averlo organizzato in così breve tempo Very Happy.
Detto questo, mi piacerebbe contribuire al dibattito con questa mia riflessione: secondo me il leit motiv di questo bellissimo film è un quesito tanto antico quanto è antico l'uomo: "qual'è il senso della vita?" Question
La regista mettendo in risalto, più che la malattia in sé, le relazioni fra coloro che sono colpiti, più o meno direttamente, dalla malattia, sembra offrirci uno spunto: le vite dei due fratelli, inizialmente descritte in perfetto stallo, riprendono a scorrere proprio perché la malattia del genitore li COSTRINGE a relazionarsi, a comunicare... ad accogliere l'altro...
Idea Forse la chiave per uscire dalla solitudine potrebbe essere proprio il passaggio da una modalità relazionale di tipo egoistico ad una di tipo altruistico... per andare dove, però?
La questione se il finale del film sia positiva o negativa, non è di facile risoluzione: da una parte, l'uscita dallo stallo (lei realizza la commedia, lui va in polonia a fare una conferenza su Brecht) viene percepita dallo spettatore come positiva, dall'altra parte, la domanda sul senso della vita rimane senza risposta e questo ci lascia la bocca amara... Neutral

Grazie
Simona

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5 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Dom Feb 15, 2009 1:04 am

il film è riuscito a comunicarmi molte emozioni:la malattia invalidante ci rende impotenti,la vecchiaia fragili, la morte ci porta via in un soffio, ma l'amore che abbiamo dato rimane negli occhi di chi lo ha ricevuto.

I love you

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6 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Lun Feb 16, 2009 1:47 pm

La pellicola, assolutamente gradevole ed interessante, ha rappresentato, a mio giudizio, il problema dell'assitenza all'anziano con un pò troppa "fretta"; ritengo infatti di non poco conto sottolineare che, assistere un anziano, anche inserendolo in una struttura, o offrirgli altre forme di assistenza (non solo in America, ma anzhe in Italia, un numero enorme di anziani finisce i propri giorni presso strutture dedicate: basta prendere atto di quanti posti in RSA o case famiglia sono disponibili sul territorio di questa Provincia) dipende principalmente dalla disponibilità che una famiglia valuta avere in termini di tempo. Ed il concetto di tempo, in questi casi, non deve essere assunto esclusivamente dal punto di vista della dimensione giornaliera, ma deve essere espanso verso prospettive di mesi ed anni. Ecco cosa principalmente è mancato al film per poter, lo stesso, essere considerato emblematico nella testimonianza delle difficoltà create ad una famiglia dalla improvvisa introduzione nel proprio menage, del problema "anziano non autosufficiente demente": è mancata infatti, la descrizione dei mesi passati ad osservare una condizione, la propria di assistente, apparentemente immutabile, legata all'accudimento di una persona diversa dal congiunto che si conosceva, in attesa del momento della sua morte, che sicuramente arriverà, ma che nel tempo che impiegherà ad arrivare, assorbirà energie, equilibri, spazi, opportunità, il tutto apparentemente senza scopo. Ed allora, un famigliare che non può guarire, non può migliorare, non può riimparare, cos'altro può fare, oltre creare problemi e scompensare equilibri già talvolta molto fragili? Può creare paradossalmente, l'opportunità a ripensare, a ricordare, a prendere coscienza delle distanze assunte dai propositi iniziali, dagli obiettivi fissati da giovane: può costringere a ragionare in merito a quanto la vita sia riuscita a prendere il sopravvento sui sogni. Nessuna persona è inutile, neanche quando non serve più, ed ognuno di noi è in grado di trarre un vantaggio dalla sua esistenza: può trovare occasione per rinsaldare rapporti famigliari ormai dismessi, far pace con antiche rivedicazioni anche legittime, ritrovare in sè coraggio e spirito di iniziativa, in taluni casi, può anche ricavarne un vantaggio economico, utile sostegno infatti, per molte famiglie. Basta riuscire a guardare la realtà con un paio di lenti adatte alla lettura di quella realtà e così, anzichè farsi sopraffare dall'angoscia, è possibile scoprire che anche un vecchio cane che deve fare una riabilitazione "tremenda", può essere utile per costringerti a far ginnastica in modo intensivo, all'aria aperta, in mezzo al resto del mondo. Rispetto a queste ultime considerazioni, il film mi è apparso un grande inno alla vita.
Paola

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7 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Lun Feb 16, 2009 5:58 pm

Un'altra scelta interessante, è che la regista abbia optato di avvalersi di un fratello e
una sorella. Questo mi ha permesso di riflettere sul diverso modo di rapportarsi
alla malattia che hanno un uomo e una donna. Ci sono differenze? E quali? Sono utili?
Mi domando cosa sarebbe successo se, invece di due figli single, avessimo avuto a che fare
con due nuovi nuclei familiari... forse la regista ha voluto semplificare la rete di
relazioni intorno alla malattia e ci ha fornito questa "coppia" di fratello e sorella
per mettere a nudo le loro diversità senza complicarle con tutto ciò che è connesso
ad una reale relazione di coppia... Per quella che è stata la mia impressione, se esistono
delle differenze di genere nel modo di rapportarsi sia alla vita che alla morte, i nostri
due protagonisti sembrano non rifiutarle, ma utilizzarle per dare forma ad un agire comune.

Simona

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8 Re: LA FAMIGLIA SAVAGE il Mer Feb 18, 2009 11:46 am

Qui è possibile aprire il trailer





Clicca qui per visualizzare il filmato del
Backstage (Dietro le quinte)

http://video.msn.com/video.aspx?mkt=it-IT&vid=bf979e01-1086-4bb5-b624-e12bb0f1757e

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9 la critica cinematografica il Mer Feb 18, 2009 1:08 pm

Sul film ho letto una sacco di recensioni. Alcune comprensibili, altre un po' troppo "cerebrali".
Ne ho salvate 8.


1) La dinamica del rapporto fra i due fratelli al cospetto del padre severo ma indifeso è dipinta con pennellate finissime, in cui occhiate, mezzi sorrisi, e la quasi totale assenza di contatto restituiscono momenti veri e dolorosi, tesi e reali


2) Sorella e fratello, due adulti immaturi che si proteggono dalla vita rifugiandosi all'ombra dell'arte. Lei, Laura Linney, abita a New York, trascina una rassegnata relazione con un uomo sposato e ha frustrate aspirazioni di drammaturga. Lui, Philip Seymour Hoffman, insegna teatro a Buffalo, tenta da anni di ultimare una biografia su Brecht e non si decide a impalmare la ragazza polacca a rischio di rimpatrio con cui convive da tempo. Un giorno una telefonata da Sun City, Arizona, viene a sconvolgere la dimessa routine dei due: si tratta di prendere in carico l'anziano padre Philip Bosco, un tipo egoista e irascibile che con la sua trascuratezza ha contribuito a nevrotizzare i figli. Ma ora che è rimasto senza tetto ed è afflitto da demenza senile, come non occuparsene?
Nonostante la drammaticità della situazione La famiglia Savage è un piccolo romanzo di crescita che l'autrice Tamara Jenkins ha scritto e diretto in una chiave di sottile malinconia venata di humour e senza mai cadere nel sentimentalismo. Eppure si tratta di un film intimista, giocato proprio sulla forza dei sentimenti che legano i fratelli fra loro a al genitore. Un'affettività suggerita con grazia minimalista dalla regista e con ricchezza di sfumature dagli interpreti, entrambi straordinari, anche se solo la Linney è stata candidata all'Oscar.
Da La Stampa, 1 febbraio 2008 (Alessandra Levantesi)


3) Un film bello e sentimentalmente semplice, che si misura con la vecchiaia ma con verità. Fratello e una sorella si trovano a occuparsi dell' anziano padre demente che ha loro complicato la vita. Lei è commediografa a New York, lui professore che studia Brecht, insieme devono riconoscersi per risolvere il problema di papà che si porta dietro traumi di memoria. Sono personaggi americani e anche molto universali, che l' autrice indipendente Tamara Jenkins ha scritto col cuore e la testa, senza che mai la retorica offuschi la vista e la costanza di quelle emozioni che lo studioso di Brecht s' affanna a mettere tra parentesi. Agghiacciante la terza età vista dal sole di Sun City, ma i fratelli si rimboccano le nevrosi. Una lezione di umanità, con un mezzo lieto fine: due attori strepitosi, Philip Seymour Hoffman, l' ex Capote, e Laura Linney, esprimono a volontà e a richiesta qualunque sottigliezza si voglia captare. Voto 8,5
Da Il Corriere della Sera, 25 gennaio 2008 (Maurizio Porro)


4) Un’agrodolce storia di vite precarie e fratellanze interpretata da un’attrice in odore di Oscar
Quando Lenny Savage si riduce a scrivere su un muro con le proprie feci, per ripicca verso l’infer-miere incaricato di accudire la sua compagna, è chiaro che il suo stato mentale ha raggiunto il punto di non ritorno. Deceduta la partner di Lenny i figli della donna si apprestano a scaricare il peso dell’anziano su Wendy e Jon Savage, rispettivamente un’aspi?rante scrittrice non più giovanissima e un docente universitario con relazione sentimentale a termine. Tamara Jenkins, già da qualche anno promessa (come Wendy sulla mezza età) del cinema indipendente americano, ha trovato in questa storia di senilità, fratellanza, demenza, vita, arte, case di cura, convivenze e adulteri, un racconto capace di conquistare la critica americana e alcuni riconoscimenti come l’apertura del recente Festival di Torino. Soprattutto ha portato fortuna ai due protagonisti, Philip Seymour Hoffman e Laura Linney, lui candidato ai Globe e lei appena nominata per gli Oscar, dove la gara è ancora tutta aperta. Non mancano in verità alcune lunghezze e il finale è forse eccessivamente consolatorio, ma Hoffman e la Linney incarnano con invidiabile aderenza lo squallore e l’idealismo, la simpatia e la cattiveria, dei due fratelli. Allo spegnersi dei titoli di coda sembrerà di averli conosciuti davvero
Andrea Fornasiero


5) LA FAMIGLIA SAVAGE di Tamara Jenkins con Laura Linney, Philip Seymour Hoffman, Philip Bosco. Una famiglia media dai normali fallimenti, salvo forse il fatto che i suoi membri sono un tantino più avvertiti, perché si tratta di piccoli intellettuali o aspiranti tali. Un padre non amato che è stato distratto, dispotico e narciso (attore di varietà); una figlia che sogna di diventare drammaturga, ma che a circa quaranta anni non ha avuto la grande occasione. In più coltiva stancamente un rapporto clandestino del tipo “ti uso quando posso” sul versante maschile e “ti uso perché non ho altro” su quello femminile. E infine un fratello, professore all’università di Buffalo, che insegna storia del teatro e cerca di ultimare una biografia di Brecht alla quale tiene molto; intanto perde la donna della sua vita perché non si decide a sposarla. Persone insomma che all’ombra della creatività si sentono o sono sostanzialmente immature di fronte al vivere quotidiano e alle sue scelte. Succede che il padre anziano, il quale vive lontano dai figli, rimanga del tutto solo e avviato verso la non autosufficienza per l’avanzare della demenza senile. E’ il momento della verità: i fragili equilibri dei componenti la famiglia vengono allo scoperto. La libertà di ciascuno è messa a repentaglio da quest’uomo irascibile divenuto quasi estraneo, ora indifeso e bisognoso di aiuto. L’evento scatena confronti tra i figli, sensi di colpa vissuti con diversa sensibilità dal maschio e dalla femmina, liti e bilanci, piccole bugie dette a se stessi per non confessare profonde frustrazioni. Ciò non toglie che i fratelli siano affettivamente legati e sotterraneamente non lontanissimi dal padre per quei legami sottili, e spesso intricati, che caratterizzano i rapporti parentali più stretti. Rientrando nella categoria dell’anziano che viene a rompere la mia routine, a soffocare le mie grandi o piccole libertà, a propormi da vicino la disperante fisicità del decadimento, il contenuto del film potrebbe sembrare di quelli che provocano la fuga dal botteghino. Invece l’opera di Tamara Jenkins, proveniente dall’anteprima torinese del festival di Moretti, è condotta con humor malinconico e discreto, con la giusta amarezza senza eccessi, con un’indagine sottile di sentimenti e reazioni che rifiuta lo psicologismo didattico. Semplice e diretto, cattura con naturalezza e intelligenza cuore e mente dello spettatore. Accorta anche la resa di atmosfere dimesse, senza i segni eclatanti dello squallore, come gli interni casalinghi dei protagonisti o l’interno del luogo “dove si va a morire da soli” che ospiterà il padre. Ottima la prova del trio di attori: non saprei dire chi è il migliore perché sembrano in perfetta sintonia. Il padre è Philip Bosco, il figlio Philip Seymour Hoffman, noto come interprete di Truman Capote, la sorella è Laura Linney, candidata all’Oscar. Peccato che queste opere, fuori dal grosso battage pubblicitario, siano distribuite poco e male; di alcune si perde proprio la traccia dopo averle viste citate in articoli scarni non certo sulle prime pagine; di altre, come questa, si ha una fugace visione per pochi giorni e in orari non praticabili da tutti gli appassionati di cinema


6) La morte aleggia sull’intero film innestandosi nella dialettica dei sentimenti familiari, gli stessi di cui i due protagonisti principali portano i segni all’esterno (caratteri drammaticamente irrisolti: Wendy che non riesce ad essere altro che l’amante di un uomo sposato, Jon che distrugge lucidamente la sua love story solo per il modo degradato in cui ha elaborato il concetto dell’istituzione matrimoniale). E’ davvero lodevole la cura con la quale l’autrice tratteggia i rapporti tra il padre e i due fratelli (*): una violenza sottaciuta ma percepibile e - dietro un amore che è quello fatale, e quasi patito, dettato dal sangue - uno strisciante antagonismo che esplode nella bella scena dell’alterco in automobile, che riproduce, nello spazio ristretto e inevitabilmente intimo dell’abitacolo, il senso pieno della frantumazione del nucleo familiare che lo abita. I figli si azzannano (il titolo originale, come il film, si propone in doppia lettura - I selvaggi - recando in sé il germe della consapevole trattazione del topos, come vedremo) mentre il padre, principio emanatore del caos che abita le loro vite passate e presenti, rimuove tutto (responsabilità comprese) rovesciando la realtà e leggendo, lui demente, le persone che lo circondano come pazzi incomprensibili, con un effetto di amarissimo disincanto (risate a denti stretti).
Intelligente e per niente appiccicaticcia, poi, è la patina “meta” che ricopre l’intero dipanarsi della vicenda e che si concretizza in una serie di rimandi-riferimenti che, oltre a scorrere come solido sottotesto, servono entrambi i filoni in gioco (la commedia, il dramma): innanzi tutto la scelta identitaria dei protagonisti (che, ricordiamolo, sono un’aspirante drammaturga e un professore di letteratura – come a dire: Il Testo & La Critica, decodifica offerta nel finale in cui i fratelli assistono alla messa in scena del lavoro autobiografico di Wendy e in cui vediamo entrambe le funzioni in atto, razionalmente ed emotivamente -); i riferimenti continui al teatro, di Brecht (con tanto di schema alla lavagna); la rivendicazione spudorata di una sostanza dolorosa che pulsa e puzza (il proprio intimo strazio lo si scrive sul muro, con la merda) e per la quale non c’è cura; il conseguente, consapevole rifiuto della psicoanalisi (e dell’abusato modello dello psicodramma) in quanto subdola mascherata che sfrutta il tormento per un vacuo compiacimento per il quale non c’è più tempo o voglia (Questa è la vita vera: ancora il “critico” Jon che conduce tutto il gioco tramico dalla sua prospettiva metatestuale di uomo di lettere, punteggiandolo con osservazioni che riguardano la vicenda narrata da un lato e il metodo narrativo dall’altro); i suggerimenti di percorsi di racconto possibili e non battuti (la storia tra Wendy e l’infermiere viene adombrata solo per essere smentita).
E’ un film apparentemente semplice quello della Jenkins, e in questa apparenza fa esplodere la magia del suo sotterraneo, complesso impianto: non è soltanto una riflessione (l’ennesima) sul disadattamento vissuto nel nucleo familiare, è anche un acuto saggio su una tematica (e un archetipo) e le modalità espressive utilizzate per rappresentarla (/o): se la Famiglia è il tema ecco cosa può succedere quando si decide di metterlo in scena, sembra dirci l’autrice. E’, soprattutto, quindi, un lavoro che mescola arditamente e felicemente due piani, e lo fa senza alcuna forzatura, camminando su un filo pericoloso, senza mai perdere l’equilibrio.
(*) La caratura della scrittura emerge, come sempre accade, dai dettagli: si prenda il momento impagabile (e fulmineo: può sfuggire) in cui Jon, dopo aver spiegato alla sorella che il caos del suo salotto ha una sua logica, si accorge della presenza di una tazza su un libro; l’uomo la solleva, si guarda attorno e conclude, evidentemente, che la logica del suo caos è davvero stringente: la tazza non può che restare lì. La ripone nel medesimo posto.


7) Cosa c'è di bello in questo film? che non ha una morale! o, meglio, tu te lo guardi e per tutto il tempo dici: risolvete i casini con vostro padre. il quale a volte è patetico, altre tenero, altre odioso, ma non si schioda mai da se steso e non riconosce (come in tutti quei film melò) i propri errori per accostarsi alla morte in pace, amen.. no, il rapporto è tra i due figli (In affettuosa competizione) e dei personaggi con loro stessi, studiando, spiando i loro rapporti di coppia come cartina tornasole dei traumi ricevuti nell'infanzia. intenso, intelligente, mai banale. da distribuire meglio


Cool La compassione ha sostituito l'indignazione: si moltiplicano i film su anziani genitori con il Parkinson o l'Alzheimer, sui bambini inabili, su malati di nervi, su creature afflitte dai guai peggiori. Il grido "Vergogna!" al quale registi e spettatori erano abituati fin dai Settanta diventa il gemito "Poveretti"; non è un vantaggio, se i film pietosi non risultano belli e profondi sono lamentosi, tediosi. "La famiglia Savage" di Tamara Jenkins è bello, e perdipiù analizza quel legame misterioso, impasto d'amore e di rivalità ostile, che è spesso la fraternità.
Fratello e sorella sono diversamente intellettuali, lui saggista e docente letterario, lei autrice di commedie. Hanno poca stima reciproca, non sono amici. Si vedono di rado. Si trovano inetti e sperduti nella foresta della vecchiaia del padre che non sentivano da anni. Li avvisano che questo padre non amato mostra i segni del morbo di Parkinson: non li riconosce, ha disimparato a vestirsi, non riesce a immaginare dove si trovi, non ricorda quasi nulla della sua vita, grida, crede che la figlia sia una cameriera incapace di fare il proprio lavoro, isola l'apparecchio acustico per non sentir discutere né litigare, ha scoppi d'ira lucida molto violenti. Lo ricoverano in clinica, ma si sentono per questo "gente orribile", pieni di rimorsi e imbarazzi. Poi il padre muore, e ciascuno dei due, mutato e migliorato, riprende la propria vita.
Niente affatto sentimentale ma ricco di quei sentimenti autentici che tutti hanno sperimentato nell'esistenza, capace di raccontare il dolore con forza interiore e senza retorica, venato di ironia, interpretato da attori bravi, "La famiglia Savage", secondo film della regista Tamara Jenkins, nel suo genere è pienamente riuscito, toccante.
Da L'Espresso, 10 gennaio 2008
Lietta Tornabuoni

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